Concertazzi

Ovvero, essendo che si chiude un anno e se ne apre un altro, la top 5 dei concerti visti quest’anno:

The Strokes, Vigevano, 12 luglio 2011. Ci sono quelle band di cui ti appassioni veramente ma veramente tanto quando ormai è troppo tardi, perché non so se te ne sei accorto, ma si sono sciolte. Non potevi ascoltarli seriamente quando li ascolticchiavi così tanto per, che passavano in TV a brand:new con Massimo Coppola a mezzanotte e le loro canzoni ti piaciucchiavano il giusto e niente più, no. Da un  paio d’anni a questa parte ho dato di testa per gli Strokes, e neanche a farlo apposta loro si rimettono assieme e annunciano il tour mondiale, data italiana prevista per il parcheggio asfaltato della fiera di Rho, poi spostata in quel gran posto che è il castello sforzesco di Vigevano. Pomeriggio passato con altre band tipo Verdena, Glasvegas e altri che saranno anche famosi ma io non ho voglia di sforzarmi per ricordare come si chiamino, e poi alle dieci e mezza arrivano loro e iniziano con New York City Cops. Cioè, New York City Cops, ragazzi. Sballottato di qua e di là sono la persona più felice al mondo perché contrariamente alle attese Julian ha una voce che suona bene, loro sono in gran forma e il sound è pazzesco, vedo il palco ma non evito di farmi male il giusto, c’è una ressa da 10+, due minuti e son già una pozza di sudore e senza voce. Terza canzone: Reptilia. Quinta canzone: Last Nite. Settima: Is This It. In mezzo altri pezzacci che non vi sto neanche a dire. Sto gridando e dando di matto come poche altre volte in vita mia quando dico “questo è il concerto definitivo, può anche finire qui, posso anche crepare, che sarei lo stesso la persona più felice del mondo”. Detto fatto, problemi tecnici una, due, tre, quattro volte, Julian scazzato, Fabrizio che s’alza dalla batteria e va a colloquio con la transenna, tutta la band scazzata e dispiaciuta non sa bene che fare e tira a campare fino a fine show. Io tengo fede alla parola data, fino a quel momento è stato il massimo, e questo è stato il più bel concerto dell’anno.

Foo Fighters, 15 giugno 2011, Rho. Ci sono poi quelle band che sogni di vedere da anni, ma l’unico modo che hai sempre e solo avuto per vederle, visto che la loro ultima volta in Italia è stata troppo tempo fa e tu eri ancora troppo piccolo, era di andare all’estero. E ovviamente non l’hai mai fatto, aspettando che venissero loro da te, e non tu da loro. I Foo Fighters sono loro, la band americana che sogni di vedere live da quando eri giovane, alternativo, incazzato con il mondo. L’altra sono i White Stripes, ma non esistono più. Nel pomeriggio Floggin Molly, Social Distortion e Iggy Pop bene anziché no, direi ampiamente sopra la media, la sera Dave Grohl anche, se non di più. Io ho questo problema che voglio sempre essere vicino al palco, poi però Dave Grohl mi suona la chitarra a tre metri di distanza arrampicandosi sui tralicci dell’impalcatura, e accuso il colpo. Tipo: My Hero acustica con tutti i fari su di lui e tutta la gente che canta, è una di quelle che lascia il segno.  Ma anche Bridge Burning in apertura lascia il segno, sì, lo lascia dibbrutto. Le migliori: Rope, My Hero, Best Of You, e Everlong in chiusura, lacrime, cori, commozione, ancora lacrime e corde vocali che cedono perché Everlong con lui che canta da solo in mezzo alla folla accompagnato dalla sola acustica è pazzesco. Sono una macchina da guerra, se non fosse che sono arrivati in Italia nel mio periodo-Strokes, sarebbero loro al primo posto.

Arctic Monkeys e Kasabian, 3 settembre 2011, Bologna. Perché dovete sapere che m’è preso il periodo indie, e allora ho fatto che mettermi ad ascoltare in dosi veramente pericolose tutte queste band inglesi che soprattutto durante la vacanza a Londra mi facevano prendere veramente ma veramente bene. Il risultato è stato che, dopo mesi di “ci vado o non ci vado?” ho deciso d’andarci. Kasabian che suonano un’ora e un quarto e mi piacciono più delle scimmie artiche, Izio e i gli altri surfisti che arrivano di gran carriera a movimentare la situazione con gli alcolici nel pre-concerto, tutti sdraiati sull’erba dell’arena parco nord ad ascoltare Wobats e altri indiefroshi che suonano nel pomeriggio, le compagne di viaggio che si dimostrano all’altezza della situazione, la grandinata del secolo mentre siamo in autostrada,  Sara che ci dà un tetto sotto al quale dormire e Vale che ci fa da cicerone a Bologna il giorno dopo. Sergio Pizzorno idolo incontrastato, Thick As Thieves cantata da lui è il momento più alto del live assieme a Club Foot in apertura  e Fire in chiusura. Gli Arctic invece hanno suonato When The Sun Goes Down e a me tanto basta, aggiungici poi I Bet You Look Good on The Dancefloor e The View From The Afternoon e ci siamo capiti. Quasi perfetti dal vivo. Nuova pettinatura di Alex Turner veramente scandalosa. È stato un weekend che ciao.

Ministri, cosa devo dire dei Ministri? Li vedi una volta, e non ti basta. Li vedi una seconda, e non ti basta neanche quella. Arrivi poi alla sesta che ti rammarichi e ti struggi e ti disperi perché il tour è finito e non li vedrai più fino a quello del prossimo album, e nel frattempo li hai visti nel concerto in piazza, nel club, nello showcase acustico, hai percorso ore d’autostrada per vederli a Cuneo e a Novara, hai collezionato autografi con dedica di Dragogna sui CD originali, ti sei accaparrato la corda del basso di Divi a fine concerto, gli hai detto “ma quand’è che tornate a Torino, è una rottura di palle tutte le volte fare due ore d’auto per venire a vedervi”, e lo so che c’è gente che va dall’altra parte del globo per una rockstar, ma son pochi quelli che lo fanno per i Ministri. A Novara pioveva tanto, a fine concerto ero bagnato fradicio, avevamo saputo della morte di Amy Whinehouse mentre mangiavamo, prima del concerto, ma non me ne fregava niente. A Cuneo mi sono fatto malissimo per la prima volta ad un loro show. La seconda volta all’Hiroshima, invece, è stata la migliore: due ore pestatissime in cui non ho smesso di pensare per un solo secondo “dai che questo è l’ultimo, dai che questo è l’ultimo, dai che questo è l’ultimo”, ho aspettato lo stage diving su Il Bel Canto, ho aspettato di spaccarmi le ossa su Diritto Al Tetto, ho aspettato di ascoltare per bene i nuovi pezzi e Bevo con il nuovo arrangiamento, e poi è finito ed eravamo tutti dispiaciuti. Sono al quarto posto perché sono “solo” i Ministri, ma a volte hanno spaccato più di tutti gli altri messi assieme.

KoRn, 1 luglio 2011, Collegno. Collegno?? EH?? I KoRn a Collegno?? Parentesi sulla mia gioventù: i KoRn erano la mia band preferita quando facevo le medie, sono stati il mio primo concerto a Reggio Emilia nel 2002 e li idolatravo e impazzivo per loro e sapevo a memoria tutti i loro album fino a Here To Stay, poi sono cresciuto e non li ho più cagati di striscio. Fine della parentesi sulla gioventù.
E poi mi arriva la mailing list di ticketone, dice che i KoRn tornano in Italia, a venti minuti di tangenziale da casa mia, e io compro il biglietto, cazzo, i KoRn, non ci posso credere, i KoRn a Collegno, cazzo se lo compro ‘sto biglietto. Arrivati nel posto vedo i loro pullman con John e Fieldy a cinque metri da me che scendono gli scalini e vanno negli spogliatoi, e già qui devo stare molto calmo. Vado poi in bagno, percorro questo strano corridoio passando di fianco ad un vetro che divide la zona in cui sono io da quella per le band, dall’altra parte del vetro c’è Munky che mi cammina ad un metro di distanza, affianco a me, alla mia stessa andatura, e va in bagno anche lui. Entro nel bagno, Munky è dall’altra parte del muro che fa quel che deve fare, poi tira l’acqua, ed esce, ed è di nuovo lì che mi passeggia affianco, ad un metro da me. Vado a sedermi e glielo dico, agli altri, che praticamente sono andato al cesso con il chitarrista dei KoRn.
A inizio concerto c’eravamo detti di stare un po’ indietro, per non rischiare la vita. Poi hanno iniziato con Blind, e dopo due minuti stavo gridando BBLLIIIIIIIIINND! BLIIIIIND!!!! attaccato al tizio che stava in transenna. Here To Stay, Freak On A Leash, Shoots And Ladders e One dei Metallica, Got The Life, Somebody Someone, It’s On. Il concerto più bello della mia vita, se solo l’avessi visto otto anni fa.

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