Amìn il somalo

Alla seconda Murphy’s Stout, tutt’a un tratto, ci mettiamo a parlare dello scorso giovedì sera: una situazione tragicomica al limite del possibile, Andre mi dice “son quelle cose che se avessi un diario dovresti andare a casa e scrivere “caro diario, oggi è successo questo, e poi questo e questo”, e fidatevi, quando ti suggeriscono l’argomento del tuo prossimo post davanti ad una Murphy’s scura, è davvero la svolta.

Andò così: eravamo nel bel mezzo del prato di un parco di Torino, il parco del Valentino, e avevamo passato le ultime due ore a bere, che quando fa caldo lì funziona così: ti porti una coperta, vai al parco con tante persone e bevi quello che s’è portato da casa, in simpatia (gli spagnoli lo chiamano botellòn). Serata divertente, tra le varie cose si ricorda: Peter che riceve come regalo dei venticinque anni e mezzo un costume da Spiderman e poi passa il resto della serata a farsi fotografare con ogni singola persona che c’è nel raggio di cinquecento metri, gare di freestyle del tutto improbabili le cui rime vengono dettate più dall’alcol in corpo che dal flow degli sfidanti, arachidi, tequila sale e limone, fiumi di birra moretti che è quella che costa meno di tutte ma alla fine porta sempre a casa il risultato, una ragazza che ci spiega di quanto stia soffrendo in questo periodo per colpa del ragazzo che l’ha lasciata dopo sei lunghissimi…mesi.

Com’è come non è, ad un certo punto mi accorgo che siamo una cinquantina di persone, tra amici e amici di amici, ma uno non è dei nostri. Seduto per terra su una stuoia, costui chiacchiera con il mio amico Izio, che pare dargli corda, ma io non voglio credere a quello che sto vedendo. Ora, sedetevi sul divano, prendetevi cinque minuti e leggete attentamente quello che sto per scrivere, la vostra vita cambierà radicalmente. Premessa: Izio è il tipo di persona che quand’è ubriaca entra nei cassonetti e poi ti chiede di fargli una foto, ma è anche il tipo di persona che spende venti euri in birra artigianale e poi, il giorno successivo, non si ricorda una singola nota del concerto degli Strokes visto la sera precedente. MA stavolta ha fatto di peggio. Stavolta era abbastanza alticcio, diciamo, stava seduto su una stuoia assieme a questo tizio appena conosciuto, e il punto è che questo tizio era un somalo sui cinquanta che si chiamava Amìn, indossava un cappellino con visiera e un abito sgualcito, completo di giacca, pantaloni e camicia, i due parlavano di Assiri e Babilonesi in spagnolo, e io non ci volevo credere, ve lo giuro, stavo esplodendo. Li guardavamo sbigottiti e ci chiedevamo com’è che potesse succedere una cosa del genere. Bevevano allegri e parlavano di Assiri e Babilonesi, non so se mi spiego. In spagnolo. Lui e il somalo.
Ma il meglio doveva ancora venire: alle due di notte decidiamo di andare ai Murazzi, là c’è un locale in cui mettono musica indie, dagli Strokes agli Arctic Monkeys, fino a cose più elettroniche, tipo MGMT, per dire. E che fa Amìn? Ci segue. Ve lo giuro, la svolta della serata, il top dei top, il buttafuori all’entrata gli mette il timbro sulla mano e lui passa la metà del tempo a chiacchierare con il suo amico (Izio) vicino al bancone del bar e l’altra metà a guardarci mentre ci dimeniamo in mezzo alla folla. Non so cosa potesse passare per la testa di quell’uomo, ci guardava divertito mentre noi stessi ci divertivamo ad averlo lì a tre metri che sorseggiava una bevanda da giovane nel bicchiere di plastica del locale. Per la cronaca: Izio era completamente ubriaco e il nostro amico Pòl doveva riportarlo a casa in auto, magari anche sano e salvo già che c’era, ed erano le quattro di mattina. Siccome che era ora, quest’ultimo giustamente esclama “noi andiamo che domattina devo lavorare”, e quindi ci salutiamo e ci diciamo che ci saremmo sentiti presto, magari per il weekend.
Bene.
Dopo tre minuti però mi manda un sms: “gli sta offrendo un panino”.
Mi fiondo fuori dal locale, svolto a destra e vedo Izio che fa amicizia con il paninaro magrebino mentre paga un panino con salsiccia e verdure al suo amico, sempre lui, Amìn. Mi avvicino, mi dà il cinque per la quinta o la sesta volta e insiste, vuole che dia un morso al suo panino, che se non lo assaggio si offende. No guarda, davvero, lo mangerei in un altro momento, ma se mi metto a mangiare adesso poi so già che è la fine.

Sono queste le cose che bisognerebbe scrivere su un diario, proprio queste.

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