3 hour and 40 fuckin’ minute

Ovvero la prima parte di un reportage springsteeniano che fa acqua da tutte le parti, soprattutto a Firenze.

Il concerto di Milano, Stadio San Siro: sveglia alle cinque, partenza mezzora dopo e alle sette e venti siamo davanti allo stadio, dieci minuti più tardi abbiamo un numero sulla mano, a mezzogiorno ci mettono un braccialetto al polso. Ora il pit è assicurato, e se ci va bene, magari, viene estratto un numero che si avvicina a quello del nostro braccialetto, in quel caso siamo tra i primi ad entrare e magari siamo vicini al palco, dai.
Sbagliato, ne entrano quattrocento prima di noi, e questa era la notizia brutta. Quella bella è che i nostri amici che ci vogliono tanto bene prendono posto in transenna e poi ci dicono di andare da loro che c’hanno tenuto lo spazio; ok, è sleale e non lo si dovrebbe fare, ma ammettilo, l’avresti fatto anche te.

La scaletta:
We take care of our own, Wrecking ball, Badlands, Death to my hometown, My city of ruins, Spirit in the night, The E Street shuffle, Jack of all trades, Candy’s room, Darkness on the edge of town, Johnny 99, Out on the street, No surrender, Working on the highway, Shackled and drawn, Waiting on a sunny day, Promised land, The promise, The river, The rising, Radio nowhere, We are alive, Land of hope and dreams, Rocky ground, Born in the U.S.A., Born to run, Cadillac ranch, Hungry heart, Bobby Jean, Dancing in the dark, 10th avenue freeze out, Glory days, Twist and shout


Parliamo di quando sale sul palco e lo vedi lì a pochi metri e ti sembra di vedere uno di famiglia, talmente ne parli e talmente ti accompagna ovunque da anni e anni. Parliamo dell’emozione nel rivederlo dopo tutto il tempo che è trascorso dalle date italiane del 2009. Di San Siro, dello show che mette in piedi ogni volta che suona in questo stadio, dell’inizio standard ma anche di come nel giro di una canzone il concerto sia cambiato totalmente e sia diventato qualcosa di epico. Tua madre e la sua amica che dagli spalti rimangono impressionate da quanto spacchi Max su quella batteria, la tua ragazza che riconosce Spirit in the Night dalla prima nota e poi ti dice che ne è valsa la pena e hai fatto bene ad insistere sul volerla portare ad un Suo concerto in tutti questi anni. Solite scenette su Waiting on a Sunny Day e Dancing in the Dark che si lasciano guardare, The Promise e The River da pelle d’oca, e occhei, è anche vero che Stevie ha deciso che non fa più una singola controvoce e sia lui che Nils un assolo non lo buttano lì neanche a morire stasera. E il punto non è neanche che dovrei stare qui a dirvi che mi sono piaciute un sacco Candy’s Room e No Surrender e un po’ meno Rocky Ground e Jack of All Trades, perché non c’è molto da dire, stava venendo giù San Siro quella sera, di cosa stiamo parlando? Verso la fine di un concerto, poi, capita spesso di dire “dai, adesso ne fa ancora tre o quattro e poi finisce”. Ennò, hai sbagliato tutto, ma dibbrutto, non hai capito niente di un concerto di Springsteen, non hai capito che quella sera ha suonato tre ore e quaranta minuti porcadiquellatroia, ma ti vuoi rendere conto di quello che fa questo tutte le sere, ti vuoi rendere conto che non è umano e che una cosa del genere vista a due metri di distanza la vita te la cambia e ti fa vedere la luce ed è la fine e nulla sarà più come prima??? Continuava a suonare, e quando sembrava finito ne attaccava un’altra. Quattro giorni dopo, dieci minuti prima che salissi sul Milano-Torino che m’avrebbe riportato a casa, Marco mi ha chiesto “la canzone che t’è piaciuta di più in questi tre concerti”, e io dopo due tentativi non convincenti ho risposto “10th Avenue Freeze Out a San Siro”. Lui che canta “When the change was made uptown and the Big Man joined the band” e poi si ferma, la band si ferma, tutto lo stadio si ferma, sui maxischermi ci sono le immagini di Big Man, c’è chi applaude e c’è chi piange. Io sono tra i secondi. Che non avevo mai pianto ad un concerto, e invece guarda che succede ad un Suo concerto. E poi ha fatto altri due pezzi e saltavamo e ballavamo tutti, su Dancing in the Dark e Twist and Shout cos’altro vuoi fare? Ma io avevo anche quel groppo in gola che boh, sai, anzi no, non sai. Concerto fantastico ma certe cose fanno male.
Sali in macchina e ci metti due ore ad uscire dal traffico milanese, e poi altre due d’autostrada per tornare a casa. Dopo ventitré ore sei di nuovo a letto e dormi. Il giorno dopo inizi a realizzare, pensi che dopo il concerto di San Siro, insomma, Firenze e Trieste saranno belli, ma così tanto belli no, non è possibile. Ma noi c’andiamo lo stesso, dai.

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