Fuckin’ diehards

and I wonder, still I wonder
who’ll stop the rain.

La brucemobile di cui disponiamo, questa volta è un’astronave della Wolkswagen con gadget e optional in ogni dove, la tratta Milano-Firenze passa in un attimo nonostante si parli per tre quarti del tempo di Jesse Malin. Serata nel capoluogo toscano a mangiare fiorentina e la mattina successiva arriviamo allo stadio con quel bastardissimo minuto di ritardo che non ci voleva, non siamo tra i primi millecinquecento e ci siamo giocati il braccialetto per il pit. In questi casi c’è una sola cosa da fare: tornare in hotel e dormire.
E insomma, è davvero figo entrare nello stadio dopo le quattro di pomeriggio senza uno straccio di braccialetto per il pit, fare un po’ di coda e vedersi poi tutto il concerto da dentro il pit, anche stavolta. Ma c’è caos, in coda perdo la Lore e il Mike, mi ritrovo seduto per terra a parlare spagnolo con Celia che viene da Murcia, e poi faccio amicizia con Marco, ecco, io a quanto pare sono l’unico nello stadio a non conoscerlo ancora, Marco. Poi c’è Emanuela, che esordisce con un “comunque è strafigo il tuo tatuaggio” e prosegue con “ah ti piace lo snowboard? Anche a me, l’anno scorso ho fatto la volontaria agli European Open della TTR in Norvegia, durante la gara di slopestyle avevo Terje Haakonsen che faceva i front flip proprio davanti a me”. Ok, con questa hai vinto, guardiamoci il concerto assieme.

Badlands, No Surrender, We Take Care Of Our Own, Wrecking Ball, Death To My Hometown, My City Of Ruins, Spirit in the Night, Be True, Jack Of All Trades, Trapped, Prove It All Night, Darlington County, Burning Love, Working On The Highway, Shakled and Drawn, Waitin’ On a Sunny Day, Apollo Medley, The River, The Rising, Backstreets, Land of  Hope and Dreams, Rocky Ground, Born in the USA, Born To Run, Hungry Heart, Seven Nights To Rock, Dancing in the Dark, Tenth Avenue Freeze-Out, Twist and Shout, Who’ll Stop The Rain

(Grazie a Zoost, che mette a rischio l’incolumità della propria fotocamera per scattare foto di questo tipo)

La novità della serata è che oltre ai soliti Massimo Ambrosini e Emanuele Filippini, nel pit questa volta non c’è James Gandolfini a.k.a. Tony Soprano che a San Siro si faceva fotografare con i fans, ma al suo posto intravedo e saluto un sempre più ridicolo Guido Bagatta con annessa mantellina per la pioggia. Già, la pioggia. Mezzora di concerto e la pioggerellina rinfrescante diventa sempre più forte, fino a trasformarsi in un diluvio. E siamo tutti marci, tolgo l’inutile mantellina e rimango con jeans, maglietta, scarpe, calzini e mutande, fradicio dalla testa ai piedi assieme al resto dello stadio, sembra che ci abbiano messi a mollo in acqua per dieci minuti e poi ci abbiano tirati fuori e buttati nel pit di un concerto di Springsteen. Nello zaino ho due cellulari che non funzioneranno mai più, ricorderò per sempre questo concerto come la volta in cui Bruce fradicio si getta tra il pubblico e viene in transenna e in passerella ad abbracciare i fans con chitarra a tracolla come se niente fosse, perché suona melenso e quasi scontato dirlo, ma lui è uno di noi, ed è così che ce lo fa capire. Avanti e indietro, su e giù dal palco, ad un certo punto s’arrampica su una recinzione all’estrema destra dello stage e rischia di scivolare e cadere tra i fans, è un pazzo scatenato, incontenibile, piove sempre di più e non c’è un senso logico in tutto quello che sta accadendo. A tutto ciò s’aggiungono Nils e Steve che sotto gli ordini del capo si lanciano negli assoli, quest’ultimo addirittura nelle controvoci stonate che tanto ci piacciono. I pezzi più belli IMHO: Trapped, Backstreets (infinito amore per questo pezzo), Seven Nights To Rock, e poi l’ultima: Who’ll Stop The Rain. Il giorno prima avevo detto “beh, se domani piove inizia con Who’ll Stop the Rain, speriamo”. Occhei, ma con “piove” non intendevo l’alluvione. Comunque stava per andarsene, stava suonando da più di tre ore e il concerto era finito, e invece grida “you’re fuckin’ diehards! You’re fuckin’ diehards!”, torna al microfono e la suona. Ciao, è stato bello, addio, esplodo.

E ora son qui che mi dico che il live di Milano è stato sì più bello, ok, ed è durato un’infinità infinita rispetto a qualsiasi altro concerto che si sia mai visto su questa terra e in questo universo; ma il concerto di quella sera a Firenze, ragazzi, il concerto di quella sera a Firenze è stata una delle cose più rock’n’roll mai viste, e c’era la pioggia. Con la pioggia cambia tutto, e se ce n’è tanta non potete capire, no. Attorno a noi uno stadio bagnato dalla testa ai piedi, nel pit persone a torso nudo che abbracciano quelle con la mantellina, e se ti giri vedi Springsteen che canta Twist and Shout circondato da quarantamila pazzi scatenati con la band che si diverte alle sue spalle.

Il ritorno in hotel con addosso quel “coso” bianco che mi hanno rifilato al gazebo della croce rossa è stata una delle esperienze più fredde mai vissute, pioggia che continua a cadere e io che penso solo ad una cosa: la colazione della mattina successiva. E anche a Bruce però, alla foto di gruppo a fine concerto, sei persone marce, felice, and fuckin’ diehards.


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