summertime blues

Scene di vita springsteeniana on the road: sveglia “tardi” e partenza alle nove da Firenze, i tortellini in autogrill, foto di gruppo e gente con la maglietta di Bruce alla cassa e ai tavoli e pure nei bagni, jeans felpe e magliette della sera precedente il più al sole possibile e se non c’è più spazio li si mette nei sacchetti di plastica in modo che non bagnino il resto dei bagagli, discutere di che bootleg stiamo ascoltando durante il viaggio, perché se è Passaic, il prossimo pezzo è Spirit in the Night, ma secondo me questo è sempre del ’78, occhei, ma è il Live in the Promised Land, e allora mi sa che dopo Badlands c’è Streets of Fire. Che ci crediate o no, questa volta siamo entrati nel pit dopo essere arrivati allo stadio alle cinque di pomeriggio. Siamo in mezzo a persone che dopo il concerto di Firenze della sera precedente si sono messi in marcia, di notte, hanno fatto Firenze-Trieste, e all’alba erano già lì, davanti al Nereo Rocco, a fare la coda con il loro numerino sulla mano, mentre noi ce la siamo presa talmente comoda che eravamo accaldati e siamo pure passati in hotel a darci una rinfrescata (e questa è una delle frasi più gay che abbia mai scritto, lo so). Lo stadio è piccolino, sono più riposato di quanto pensassi, chiacchiero di basket e di musica e respiro quel clima da ultimo giorno di scuola, Trieste è l’ultima delle tre date. Tristezza.

Badlands, No Surrender, We Take Care Of Our Own, Wrecking Ball, Death To My Hometown, My City of Ruins, Spirit In The Night, Downbound Train, Jack of All Trades, Youngstown, Murder Incorporated, Johnny 99, Working On The Highway, Shackled and Drawn, Waitin’ on a Sunny Day, Apollo Medley, The River, Because The Night, The Rising, We Are Alive, Thunder Road, Rosalita, Born in the USA, Born to Run, Bobby Jean, Hungry Heart, Seven Nights to Rock, Dancing in the Dark, Tenth Avenue Freeze-Out.


Avevamo scommesso sulla presenza di Thunder Road nella setlist, e infatti eccola lì, poi beh, belle Downbound Train (richiesta dal pubblico, gran richiesta) e Because the Night, e Rosalita una spanna sopra le altre. Ma sulla scaletta c’era scritto “The River/Racing”, e Lui, sul momento, ha scelto la prima; non voglio immaginare cosa sarebbe successo se avesse scelto la seconda, dico, se in quel momento io avessi pensato “oddio, cazzo, sta per fare Racing,” invece di “ah bello, fa di nuovo The River”. Pensare che sarebbe stata una chiusura di leg italiano migliore è da snob, e io non me lo posso neanche permettere. Come non mi posso permettere di dire cose tipo “eh ma ormai ogni sera grida tre o quattro volte ‘siete pronti’ e poi parte Born in the USA che tra l’altro la conoscono cani e porci”. Con Bruce devi prendere quel che viene e non devi paragonarlo ai live degli altri artisti, che in media durano due ore di meno, per dire. Che hanno sempre la stessa scaletta, che non la possono stravolgere perché i video dei maxischermi son quelli e non li puoi mica cambiare di serata in serata. Che Lui ti fa tre ore e mezza con tre maxischermi e qualche luce, gli altri hanno i fuochi d’artificio i palloni che rimbalzano sul pubblico i coriandoli i laser le passerelle, eppure no, non ce la fanno ad arrivare dove arriva lui, e tu con lui arrivi dove gli altri non ti fanno arrivare.
Ha ragione il Grani davanti ad una fiorentina in un ristorante di Firenze, quando con il suo accento marchigiano dice che “non c’è niente da fare, Bruce te prende per mano e te porta nel su mondo magico tutte le volte”. E ok, ha anche ragione Mike quando replica “e pensa che devi ancora iniziare a bere”. Però il concetto non fa ‘na piega.
Ricapitolando (e rubando l’idea di un perfetto punto della situazione post-tour a Marco, uno dei miei compagni di viaggio): tre concerti, dieci ore e mezza di musica, novantadue canzoni, millecinquecento chilometri d’asfalto e di rotaie, due alberghi, un numero di ore di sonno troppo basso per essere calcolato così su due piedi, tre braccialetti e tre pit, quattro compagni d’abitacolo, una decina di abbracci ad una decina di amici rivisti, cinque nuovi amici da abbracciare al prossimo concerto, due cellulari in meno, mille emozioni che non so descrivere né tantomeno trascrivere in queste righe sconclusionate che non porteranno mai a niente, se non, forse, ad una parvenza di Promised Land ogni volta che rileggerò quello che sto scrivendo.

Tre date che sono letteralmente volate, e adesso che sono finite, ain’t no cure for the summertime blues.

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