Lisbon story

Ricapitolando:
Volo TAP da Caselle a Lisbona, la tizia di fianco a noi che poi scopriremo essere l’amica di un’amica che non vedo e non sento da anni, si ricorda di me e mi chiede: ma tu non sei quello fissato con SpringsteenG? Occheeei.
Comunque, direi viaggio bene, c’han dato anche la pastasciutta con le mandorle e di lì a breve era già ora d’atterrare. Metropolitana, bene anch’essa, cinque fermate e siamo in Praça do Comércio. A Lisbona fa caldo ma è ventilato, praticamente questo posto è il paradiso, secondo gli standard di mia nonna; venire in vacanza qui vuol dire camminare e scarpinare su e giù per i colli un giorno sì e l’altro pure, ritrovarsi continuamente affacciati alla ringhiera di qualche miradouro dal quale si vede tutta la città, prendi la reflex, aspè, cambia l’obiettivo, occhio che c’è vento, sbrigati che entra la polvere, la lente è sporca, dammi il panno che poi si vedono le macchie. God bless le mie Nike da running, senza di loro le ginocchia mi avrebbero chiesto pietà al secondo giorno.

I vicoli del Bairro Alto e i tram gialli che ti sferragliano affianco quasi sfiorandoti, gente che paga tre euri e cinquanta per saltare a bordo e fare trecento metri di salita, ma indovinate un po’? Noi la facciamo a piedi. Trovo disarmante il fatto che sui tram portoghesi non si possa fare i portoghesi a causa dei controlli, che funzionano in maniera davvero impeccabile, e se non sei provissto di biglietto vieni sgamato (termine che non usavo dalle medie e ho riscoperto per l’occasione) all’istante.
Rua Augusta che ricorda un po’ via Garibaldi eh, le piazze enormi che giri e rigiri ma quello là in mezzo, a me, sembra il cavallo di Piazza San Carlo, gli spacciatori che t’avvicinano per vender merce e nella sola prima sera ne abbiamo contati dodici (i Murazzi?). Per cena bachalau com natas e espatada mista, e anche i portoghesi hanno l’iva al 23%. Ah, e poi c’è il Tago, Tejo per gli autoctoni.

All’inizio del terzo giorno abbiamo già fatto quattrocentocinquanta foto; Castelo de São Jorge, Igreja de São Roque, Convento dos Carmos, Panteão Nacional e Igreja de São Vicente, un cielo di un azzurro pazzesco, poi ti giri, vedi i muri e il pavimento in marmo bianco della piazza in cui stai camminando e non ti va di mettere gli occhiali da sole per quant’è bella la luce che t’avvolge. Gente simpatica che proviene da ogni dove, poi gli italiani, italiani ovunque, conversazioni in inglese con italiani che non sapevi fossero italiani ai quali hai chiesto in inglese com’è che hanno fatto ad aprire la porta difettosa del bagno dal quale sono appena usciti (ah ma sei italiano?? Minchia maddillo!), ristoratori che ti parlano in portoghese convinti che tu capisca ciò che ti stanno dicendo (ah-ah, mh, oh, ma pensa), pranzi nel quartiere dell’Alfama a base di pollo, patatine, insalata, pesce, birre Sagres, caffè, pane, coperto: sedici euri in due (è tutto vero, giuro). E poi azulejos nelle case, azulejos sulle facciate dei palazzi, azulejos per le strade. Azulejos ovunque.

Panni stesi alle finestre, bimbi che corrono scalzi per i vicoli e s’inventano sparatorie immaginarie, euri lasciati ad un artista di strada in Rua Augusta che prima canta “spread your love” dei Black Rebel Motorcycle Club e poi “walk the line” di Johnny Cash. Limonate (la bevanda raga, la bevanda) al chioscho di Praça Luís de Camões per sentirsi un po’ Pereira (ma senza esagerare con lo zucchero) e pasteis da nata al Cafe a Brasileira per sentirsi un po’ Pessoa. Ci sentiamo dei fighi, a stare lì, a programmare la giornata sfogliando la Lonely Planet mangiando dolci che da Starbucks non puoi trovare, no.

Viaggi in metro, sui bus di linea, in treno, incastrati perfettamente l’uno con l’altro, che non è neanche tanto difficile perché là funziona tutto alla grande e un giornaliero costa cinque euri. Una lunghissima giornata a Sintra, colazione da Manuel che ci parla in Inglese gesticolando più di noi che siamo nati in Italia, record di stanchezza ogni epoca battuto visitando il Palàcio Nacional, la Quinta da Regaleira e il Castelo dos Mouros.

Sentirsi muratori rumeni comprando birre Super Bock alla stazione di Sintra dopo una giornata passata a fare su e giù tra i monti, su e giù tra mura e torri, su e giù tra giardini e palazzi, in mezzo a turisti e gatti portoghesi. Per le birre fa due euri, gliene allunghiamo quattro sul bancone e lui ci fa capire che fa due in tutto, uno per birra. Momentomomentomomentomomento momento mooomeeentooo…un euro a birra? LA SVOLTA. Seduti su un muretto con un gallo finto alto quanto noi alla nostra sinistra, e due poliziotti alla nostra destra, ce le scoliamo.
Cena alla casa dos frangos, notte al bed & breakfast di Manuel che è un tipo davvero spassoso, sfoglia la nostra Lonely Planet facendoci vedere che tra quelle pagine c’è anche lui, e ci costringe a mettere la cannella sui suoi pasteis da nata che sennò non ce li gustiamo come si deve.
Il giorno dopo Cabo da Roca, il punto più ad ovest d’Europa prima dell’Oceano Atlantico, Onde a terra se acaba e o mar começa.

Poi l’oceano. Freddo a Cascais, ghiacciato a Carcavelos, mangiare Chicken McNuggets e Big Mac (non lo facevo da mesi, forse anni, ora che ci penso) prima di entrare in acqua forse non è la cosa più sensata da fare. Ragazze in topless ovunque e perizomi a go-go, poi guardi bene qua e là e ti accorgi che anche le over sessanta stanno in topless, e anche le over settanta, e allora ciao, mettiamoci tutti in topless a ‘sto punto, ma dimmi te oh.
Hamburger e birra ad un bar sulla spiaggia, stiamo esagerando con le birre, ormai beviamo solo più quelle. Chilometri di sabbia finissima davanti a te e ragazzi in longboard che se la thuggano come se non ci fosse un domani.

Venti cartoline e venti francobolli, una maglietta dello Sporting per me e una del Benfica da portare ad Andre, Marti si compra un orologio che smetterà di funzionare due ore più tardi, di quelli indie, da portare al collo con la catenina. Ah, e poi i vestiti usati: uno per cinque euri, due per otto. Bargain.
Cena con sardinha assadas, grigliata mista di carne e vinho verde, poi un bicchierino di ginginha per strada, perché ci piaceva il posto in cui la vendevano, così vecchio e così lisbonese, una stanzetta bianca di due metri per due in cui c’erano solo bottiglie di ginginha, un registratore di cassa e bicchieri piccoli e medi (un euro il primo, uno e trentacinque il secondo); e poi basta che dobbiamo tenerci leggeri, il giorno dopo andiamo a Belem: Monasteiro dos Jeronimos e Torre di Belem.

Tram che sembrano quelli di San Francisco, e poi un ponte rosso lungo chilometri e chilometri che sembra il Golden Gate Bridge, e poi ancora un Cristo a braccia aperte dall’altra parte del fiume in cima alla collina che pare quello di Rio. Eppure sei a Lisbona. E poi entrare in chiesa in infradito non ha prezzo. E poi e poi e poi.

E poi un bel (si fa per dire) giorno ci svegliamo alle sei che abbiamo un volo da prendere. Decidiamo di optare per un taxi, che con sette euri ci porta all’aeroporto e anche se fa molto turista borghese è tanto comodo. Non c’è neanche la pioggia come nei film, non dobbiamo neanche ripararci con il giornale e gridare “ehi taxi! Taxi!” dal marciapiede, perché scendiamo in strada e ce n’è uno lì che sembra aspettare solo noi, con i nostri due trolley e gli zaini in spalle. In aeroporto ci sono le poltrone con il poggia-gambe, una vecchietta vorrebbe sedercisi, ma ci sono già io. La colazione in aeroporto costa quando un pranzo nell’Alfama. Sull’aereo c’è una bambina sui tre anni che grida e piange tutto il tempo, ascolto i Maximo Park e guardo i video sull’Algarve che ci propina la compagnia di volo. A Torino fa troppo caldo, in Portogallo invece era ventilato, là si stava meglio.

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