baby we were born to run

Se mi chiedete cos’è che spinga una persona a svegliarsi alle sette di mattina per andare a correre ventun chilometri a piedi, onestamente non ve lo so spiegare. Non ve lo saprei spiegare neanche se fossero le quattro del sabato pomeriggio, ma ammetto che spiegare il fatto che migliaia di persone lo facciano la domenica mattina sia ancora più difficile. Non poter fare tardi il sabato sera con gli amici, svegliarsi mentre loro si stanno coricando, colazione con toast e spremuta d’arancia e poi via in auto alle otto meno un quarto; alle otto e mezza stai consegnando la borsa con cambio e quant’altro ai camion dell’organizzazione, un quarto d’ora più tardi stai facendo stretching e riscaldamento in un prato lì vicino. C’è una marea di gente, ma non tanta quanto per altre gare, non tanta quanto per la Tuttadritta o per la Stratorino, per dire. Tuttadritta e Stratorino, rispettivamente dieci e sette chilometri, sono quelle gare che fanno tutti, ma proprio tutti, dalla signora che se rallenta ancora un po’ finisce che passeggia, alla ragazza fighetta che dopo aver tagliato il traguardo in un’ora e un quarto si mette la felpa della Abercrombie per non prendere freddo. Questa mezza maratona invece ha richiamato parecchia gente, perché è la mezza maratona di una grande città, perché è pubblicizzata e perché la distanza di ventuno chilometri non è proibitiva, ma la scrematura tra una gara da dieci e una da ventuno fa tutta la differenza del mondo, in alcuni casi.

Seconda parte del post. Titolo: LA SFIGA. La sfiga è quella componente imprevista che a due settimane dalla mezza maratona fa sì che ti si riacutizzi il problema alla cartilagine del ginocchio sinistro che ti porti dietro da tre anni, rovinando quell’abbozzo di preparazione che avevi tentato di mettere in piedi dal mese di agosto in poi. Avevi fatto le ripetute, avevi percorso le medie distanze e i lunghi lenti, poi il tuo ginocchio aveva iniziato a soffrire i carichi di lavoro e i quaranta chilometri settimanali, e tutto ad un tratto *PAM* ti ricordi perché avevi smesso di giocare alla pallacanestro. Tentare di arginare il problema con Fortilase  e Arnigel serve fino ad un certo punto, in due settimane sono passato dal voler fare un buon tempo, al volerla finire su entrambe le gambe, la mezza maratona.

Terza parte del post. Titolo: LA GARA. Pronti-via: niente ressa, niente primi duecento metri a passo lento a causa dei troppi partecipanti; stavolta si corre tranquillamente, tengo un ritmo blando e non esagero. Prima parte di gara ad un minutaggio veramente imbarazzante, tipo cinque minuti e mezzo a chilometro, forse sei, e ogni tanto, soprattutto durante la prima mezzora, sento come se il ginocchio sinistro bastardo assieme alla cartilagine ancora più bastarda mi dicesse Adesso ti abbandoniamo, è inutile che ti sbatti, non sei neanche a metà strada e non andrai da nessuna parte. Paesaggio desolante, palazzoni e zone industriali, tangenziali e aeroporti, cielo grigio ma almeno non piove; e poi il tracciato è scorrevole, se non altro si corre bene. Al banchetto dei rifornimenti del settimo chilometro bevo gatorade, non che ne avessi voglia eh, ma era gratis. Fiato occhei, gambe occhei, nell’ultima settimana, sicuro di non poter fare di più, ho corso dodici chilometri divisi in due uscite, e questo cosa vuol dire? Vuol dire che almeno sono riposato, eccheccazzo. Dopo tre quarti d’ora inizio ad accelerare senza farlo apposta, senza neanche pensarci, devo aver staccato i miei amici perché dietro di me non ci sono più; tra il dodicesimo e il quattordicesimo chilometro LA SVOLTA: gambe spavalde, ginocchia calde, vedo i cartelli dei chilometri che passano uno dopo l’altro e non ricordo l’ultima volta che sono arrivato ai quindici così in forma, inizio a superare persone in serie senza neanche farlo apposta. Sarà il pezzo di mela che mi sono mangiato al dodicesimo chilometro che mi fa andare così, o la spugna inzuppata d’acqua presa al banchetto. Che professional tutte queste cose, che poi butti i bicchieri o il torsolo a terra come fanno quelli delle gare in TV e ti senti un figo. A Collegno c’è un ponte che passa sopra il fiume Dora, si sale e io salgo preso bene, si scende e io scendo da paura, anche in salito sorpasso chiunque. Il vincitore è già arrivato da un pezzo, occhei, ma al diciottesimo chilometro vedo i tizi dell’organizzazione con il palloncino delle due ore, quelli con cui devi correre se ti sei prefissato di finire la gara in due ore, appunto. Questi due gridano, chiacchierano tranquilli tra di loro e poi gridano di nuovo, sbraitano Andiamo! Dai su! Andiamoo! Le persone in fin di vita dietro di loro si trascinano come possono e cercano di fare i tre chilometri mancanti senza morire sull’asfalto. Motivano la gente così, si sentono tipo Rambo o Apollo Creed, io li supero. Negli ultimi tre chilometri e novantasette metri gli recupero sette minuti, l’ultimo chilometro mi dico che non può già essere finita, e intanto corro come se non ci fosse un domani ad una velocità che mai avrei pensato di poter raggiungere a quel punto della gara.

All’arrivo impreco e penso al tempo che avrei potuto fare se solo avessi corso come avrei voluto sin dall’inizio, e nel dubbio faccio incetta di cremine Leopard e bottiglie di acqua Eva da mezzo litro (ora ne ho per sei mesi). Pranzo con pasta, salsiccia, insalata, frutta, e poi maglietta tecnica dell’Asics in omaggio. Dopotutto è stata una bella gara, ottime sensazioni nella seconda metà del percorso, ottimo il fatto che poi le ginocchia mi si siano raffreddate impedendomi di camminare per i quattro giorni a seguire. Devo risolvere il problema al ginocchio, devo fare un sacco di snowboard ma non smettere di correre nel periodo invernale, devo comprare un paio di scarpe nuove, che le mie Mizuno sono alla frutta. Devo correrla di nuovo e metterci venti minuti in meno.

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