nessuno mi ha chiesto, però – #01

No, non è che ho cannato la forma corretta con cui scrivere il titolo, è che volevo citare il Coach, Dan Peterson. Ma vi ricordate quando sparava giudizi a raffica su tutto quello che gli veniva in mente (cestisticamente parlando, ovvio) sulle pagine di American Superbasket? Ok, ovviamente no. Beh, comunque, questo è quello che volevo dire:

Conto Arancio e la nuova pubblicità, quella di Woodstock. Non ha senso mettere QUEL posto e una qualsiasi banca nello stesso spot, rendiamocene conto; la pubblicità in sé è anche bella, voglio dire, l’idea è simpatica e il risultato a me pare davvero buono, certo, a me che non capisco niente di grafica e fotomontaggi e quant’altro. Ma non puoi mettere Woodstock, con tutto quello che ne consegue a livello di richiami storici, politici, sociali, nello spot di una banca. Cazzo, Conto Arancio, arrivaci!

Peggio di chi su facebook scrive solo di calcio (a volte potrei essere uno di quelli, soprattutto quando guardo il posticipo con rete wireless e blackberry a portata di mano) e di chi fa code chilometriche per comprare un iPhone 5, c’è solo chi si lamenta di chi scrive solo di calcio su facebook o di chi fa la coda all’Apple Store per comprare l’iPhone5. Nell’ultima settimana sono andati per la maggiore i “si dice che c’è la crisi e poi la gente spende ottocento euri per un cellulare”, gli “in Spagna la gente scende in piazza per protestare contro il governo, in Italia scendiamo in piazza per comprare l’iPhone” ma anche i “l’Italia è una Repubblica basata sul calcio”. Avete rotto le palle, io mi lamentavo dell’iPhone quando ancora doveva uscire e quando farlo non era ancora mainstream, cazzo, praticamente ero un hipster della lamentela; adesso arrivate voi e scoprite l’acqua calda? Trovate qualcos’altro di meno ovvio per cui lamentarvi, tipo chessò, le Hogan. Non va più di moda lamentarsi delle Hogan??
Peggio di tutti questi, comunque, c’è solo chi si lamenta di chi si lamenta, i peggiori poi sono quelli che invece di lamentarsi su facebook, si lamentano sul blog.

La mia ragazza mi ha parlato talmente bene di questa serie TV che s’intitola Girls, e che parla di quattro ragazze newyorkesi che in realtà non sono della grande mela ma che lì vivono affittando un appartamento e lì si scopano i rispettivi ragazzi tra i classici alti e bassi della vita da venticinquenni delle classiche ragazze che solo per il fatto di vivere a New York sono molto più fighe di te che magari stai leggendo questo post dal tinello di un appartamento della pianura padana o dal salotto di una bifamiliare nella provincia di Trapani, dicevo, mi ha parlato talmente bene di questa serie, che alla fine l’ho guardata. Premesso che è una serie TV da ragazze e che io non penso d’essere gay anche se le battute a riguardo potrebbero sprecarsi, l’ho trovata simpatica e divertente, anche se non pienamente nel mio stile. Non ci sono alieni né viaggi spazio-temporali tra più universi, per dire. Ma comunque non è male, davvero, una media di otto scene di sesso a puntata (e le puntate durano venticinque minuti, tanto per intenderci), c’è la ragazza cicciottella e simpatica ma complessata, c’è la ragazza chic e un po’ bad-girl, c’è quella strafiga che tutti ma proprio tutti (quindi anch’io) vorrebbero farsi, e c’è quella che è ancora vergine e ti strappa sempre un sorriso perché è impacciata con i ragazzi.

Sono stato ad un concerto di Elio e le Storie Tese, di nuovo. Sapevo che avrei riso per tutta la durata dello spettacolo, e così è stato. Tornato a casa ho scritto uno status, su facebook, che vale più di mille post, e questo status diceva così: “il momento più alto della serata ma probabilmente anche della mia intera vita concertistica (che comunque è di tutto rispetto), c’è stato un paio d’ore fa, quando Elio ha fatto cantare l’inno di Mameli ad un pollo di gomma (usato fino a quel momento solo per picchiare Mangoni) e la gente ha iniziato ad inneggiare al pollo stesso, gridando “Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! Pollo! “. Elio, tu sei il mio idolo totale ogni epoca foreva swag bous e tutto il resto, respect.

Una mattina della scorsa settimana ho passato quattro ore ad aiutare un docente dell’università nel registrare un tot di matricole in un elenco fatto al computer, segnando i loro nomi, cognomi, numero di matricola e indirizzi e-mail. Gli indirizzi e-mail sono una cosa bellissima. Si va dalla blackangel93 alla novacaine, dalla sealover alla “sem”; quest’ultima ci ha detto che si chiama Samanta e allora ha scritto “Sem” nella mail, perché i suoi amici la chiamano “all’inglese”. La docente di cui sopra, che è inglese, le ha poi spiegato che si scrive “Sam” anche se si legge “sem”, e lei c’è rimasta male. Questo per dire che se gli indirizzi e-mail della gente d’oggi sono lo specchio della società in cui viviamo (e io ovviamente sono estremamente convinto che siano un buon metro di giudizio, almeno), beh, siamo tutti strafottuti.

A seguire una foto che non c’entra assolutamente niente: una coperta con il disegno dell’Union Jack, sulla quale s’è casualmente adagiata Alexa Chung.

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