Shamin l’indiano

Shamin: maschio, indiano, di età compresa tra i venti e i trent’anni e provate voi a capire quanti anni c’ha quello, che è indiano, ed è uguale ad Apu dei Simpson capigliatura compresa.

Le giornate di Shamin scivolavano via tutte uguali: sveglia la mattina tardi ancora rintronato dalla sera precedente, tappa al bar fronte piscina verso l’ora di pranzo con il bicchiere in mano, beveva e si faceva insegnare l’arte degli scacchi da Pietro, barista sui sessanta che gira sempre a petto nudo, sì, ma con gilet di pelle. Casa sua per i tre mesi estivi era una tenda Quechua in una piazzola del campeggio, i pomeriggi li passava bevendo con il barista di cui sopra, e la sera vendeva cose indiane assieme ai suoi amici indiani in una bancarella sul lungomare, una bancarella indiana. Già noto ai più per quella volta che alle tre di notte si mise a gridare e a battere i pugni su un tavolino del bar, lì in piazzetta, tra i camper e la gente che rideva o che si spaventava, a seconda dei singoli . I carabinieri si trovarono di fronte quest’indiano ubriaco marcio con addosso una maglietta di Berbatov del Manchester United, gridava frasi sconclusionate in chissà quale lingua, e liquidarono la questione con un “facciamo che la passi liscia, ma la prossima volta che bevi troppo vieni via con noi”. Per tutti ormai era diventato Berbatov. Berbatov alla Fiorentina, Berbatov alla Juve, oh stasera guardo Alfredo Pedullà che voglio sapere com’è finito il giallo-Berbatov. Alla fine Fulham fu, ‘stardo.

Per Shamin invece niente Fulham. Alle tre e mezza di una notte qualsiasi della settimana successiva, varco il cancello del campeggio quando una tizia urlante mi dice “oddiooddiooddiooddio ragazzi chiamate la polizia, c’è uno che ci è entrato in tenda con un coltello”. Come con un coltello? Ma veramente? Aspe’ un secondo che vado a dirlo agli altri che sono rimasti alle panche. La  tizia è disperata, dice che non sa dove sia il suo ragazzo che stava dormendo con lei, l’ha lasciato nella tenda con il tizio armato di coltello ed è scappata a cercare aiuto. Piange, è fermamente convinta che il malintenzionato volesse tipo derubarli, tipo abusare di loro, tipo ucciderli con questa lama che da quel che racconta sembra essere peggio del miracle blade serie III perfetta. Cinque minuti più tardi mezzo campeggio assiste impotente a Shamin che se le prende di santa ragione dal ragazzo di cui sopra, che per non saper ne leggere né scrivere, invece di scappare come ha fatto la sua ragazza, ha iniziato a menarlo con calci e pugni. In tutto questo, il nostro indiano grida e fa i muscoli in un modo che non vedevo fare dai tempi di Dhalsim in Street Fighter II (a proposito, l’ultima volta che ho giocato a Street Fighter, ma che ve lo dico a fare, è stata proprio nella sala giochi di quella piazzetta), mentre l’altro, che gliele sta dando, ci dirà poi d’essere di Torino, zona Vallette (che occhei, io ci credo eh, ma a me sembra tanto un lottatore professionista di capoeira). E più gliele dà, più Shamin grida e reagisce, è una scena surreale che sa tanto di fight club, noi non sappiamo se ridere o piangere né soprattutto sappiamo cosa fare. E poi tutto ad un tratto Stefano grida  “oh biondo, questi son qui per te! Son venuti a prenderti!” e dal cancello entrano le Alfa della polizia. Il momento più alto della serata: Shamin sanguinante e in manette che sostiene di non aver fatto nulla, hanno fatto tutto gli altri.

“Ah ma quello lì non è la prima volta che combina casini eh, ah ma quello lì è un malintenzionato, ah ma bisogna fare attenzione con quella gente, ormai non sai più cosa ti può capitare con tutti questi stranieri”. Ormai la piazzetta è più affollata del mercato di Imperia il sabato mattina, la gente esce dai bungalow e dalle tende e viene a chiederci cos’è successo, cos’era quel baccano. Eh, signora, quel baccano erano quei due che se le davano. Ma la verità è che, poveraccio, era talmente ubriaco che aveva sbagliato tenda. Era entrato nella Quechua di quei due, se li era trovati davanti, e convinto di essere in quella giusta s’era messo a guardarli: “stava lì in piedi a fissarmi, immobile, voi non vi sareste spaventati?”. Il coltello ovviamente non l’ha trovato nessuno, più probabile che fosse una bottiglia di birra del discount, e alle cinque di mattina Shamin è stato portato in ospedale da un’ambulanza scortata dalle due alfa della polizia.
Tre sere più tardi, diretti al solito locale che c’è in fondo alla passeggiata, siamo passati davanti ad una bancarella indiana gestita da gente indiana, e tra le persone indiane spiccava un tizio con un occhio nero e una birra media in mano. Rideva, scherzava con i clienti, e beveva, beveva, beveva. Non serve che vi dica il nome di quel tizio, più in forma che mai, idolo assoluto pronto a sbronzarsi anche quella sera.

 

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