MOLTO BENE.

Non vorrei aver capito male. Sarà che ieri mattina mi sono svegliato e c’erano le colline a mezzora d’auto da casa mia imbiancate, sarà che nelle ultime quarantott’ore sono esplose tutte le webcam e tutti i siti e i profili legati alla montagna, allo snowboard e alla neve che io conosca, sarà che la scimmia che ci prende, ogni anno in questo periodo, è quel che è. Beh insomma, non vorrei aver capito male, ma pare che al Monginevro abbia nevicato.


La prima volta che sono stato al Mongi, un posto appena oltre il confine tra Italia e Francia, giuro che non me la ricordo. Sicuramente era il periodo delle scuole elementari: seggiovie vecchie, di ferro, a tre o quattro posti, e badate che i francesi sono sempre stati avanti in queste cose, quindi non vi sto a dire le condizioni di quelle italiane, ai tempi. Ero iscritto ad un corso di sci, che io avevo sempre sciato fin da piccolo (non che all’epoca fossi grande) e sulle piste me la cavavo, ma quei corsi li si faceva per migliorare la tecnica, e così passavo i sabati mattina invernali con dei giovani trentenni atletici ai quali non avevo mai niente da dire, e con un maestro che mi teneva d’occhio e mi prendeva puntualmente in simpatia, molto probabilmente perché in media avevo qualcosa come vent’anni in meno di tutti gli altri.
Tute della Fila, della Tecnica e dell’Invicta, pezzi unici di colori improbabili e sgargianti tipo viola-rosa o blu-verde acqua, i pants finto-jeans in gore-tex della Burton erano così lontani, ma così lontani. Eppoi ricordo che nel pomeriggio, finito il corso, sciavo con i miei genitori; mio padre era un ciclista che assecondava la passione di sua moglie per lo sci, quindi ad ogni pista, rossa o nera che fosse, il tempo passato ad aspettare che ci raggiungesse al fondo variava dai cinque ai trenta minuti. Il Mongi era di gran lunga il posto che preferivo, mi sembrava immenso, probabilmente perché non avevo mai visto Le Deux Alpes e Cervinia.

Il posto che mi piaceva meno di tutti invece era Sestriere: pieno zeppo di fighetti benestanti, sciatori della Pinerolo-bene e della Torino-che-conta, di quelli con la puzza sotto il naso, che senza le loro seconde case non esisterebbe neanche quel paese. L’errore che feci fu di seguire il mio primo corso di Snowboard (oh minchia io faccio snao) in Francia, perché se il tuo maestro è francese, rassegnati, parlerà bene delle località francesi e male di quelle italiane. Sestriere in primis. E insomma, voglio dire, lo sentivo parlare e gli davo ragione, mi dicevo che Sestriere era proprio quella che poi sarebbe diventata: un posto da sciatori con la giacca della Kappa.
Ma sapete com’è, nella vita si cambia, e si scopre che Sestriere può anche diventare il posto giusto per una decina di uscite a stagione, che se si è universitari il giornaliero viene via a poco, che ci si arriva in un’ora e un quarto d’auto e senza dover pagare l’autostrada, e lungo la statale, proprio davanti al trampolino olimpico di Pragelato, c’è anche un bar davvero accogliente in cui fare un’ottima colazione. E poi le piste sono migliorate, e da quando hanno costruito lo snowpark il pubblico si è ampliato ed è migliorato, insomma, Sestriere è anche il posto giusto in cui tagliare due skilift in un colpo solo per poi farsi inseguire dalla guardia forestale mentre si scende a San Sicario con la tavola ai piedi, davvero.
Io, ormai, al Sestriere ci vado sempre volentieri.


A occhio, anche al Sestriere devono essere scesi un paio di fiocchi. Ma giusto un paio.


A Claviere (o Clavierra, come dice Peter) ci andavo sempre perché Anna-l’amica-di-mia-madre aveva una casa là. Un po’ come a Bardonecchia, che c’andavo sempre anche lì, d’inverno a sciare e d’estate a camminare in Valle Stretta, perché a mio zio piaceva il posto e quindi (mi pare logico) affittava una casa in paese. Per intere stagioni. Tutti gli anni. Ora che ci penso: gli unici sfigati a non avere una casa in montagna eravamo noi.
Quindici anni più tardi, e cioè oggi, Bardonecchia la devi chiamare Bardo perché sennò non hai swag, Shaun White c’ha vinto un oro olimpico, e vi giuro che ritornarci è un tuffo nel passato come ce ne sono pochi. Sono cambiate molto cose, tre su tutte: hanno inventato gli snowpark, esistono tavole bidirezionali anche in Italia, la Maui non va più di moda.
Per la serie “non vorrai mica essere l’unico a non avere una casa in montagna”, ricordo che tutte le volte Anna mi diceva che quella lassù è la casa di Lavazza, quello del caffè, io la guardavo, pensavo MADO’!
, dicevo MADO!, e bòn, non è che potessi fare altro. Per la stessa serie, anche quella di Giorgetto Giugiaro costruita sulle piste di fianco alla seggiovia non è affatto male, ma dopo tutti ‘sti anni di snowboard la seggiovia la devi chiamare seggio, come minimo.


Insomma, quando esce il primo numero di Sequence della stagione si è legittimati a non starci più dentro, letteralmente: si programma, si fanno lamine e fondo alla tavola, s’iniziano a postare su facebook le foto delle webcam di mezzo mondo, gasandosi tra amici per la quantità di neve scesa l’ultima notte. Ma in fondo la montanga è una cosa semplice, proprio come dice il mio amico Izio: “tavoletta, caschetto, e via”.
Oh, per me è un po’ come un concerto di Springsteen. Quando sei sotto al palco speri sempre che arrivi quel momento magico che non t’aspettavi, ma che in fondo aspetti da sempre, che ti svolta concerto e vita, che ti fa vedere la luce e tanti saluti a tutti. Voglio dire, It’s only rock’n’roll, but it feels like love, lo sappiamo tutti. E quando sei tra i monti speri sempre che ti capiti la giornata perfetta, la neve fresca ideale, poca gente sulle piste o zig zag tra gli alberi con gli amici e via. Tu, la montagna, la neve, e qualcun altro a gasarsi assieme a te.
Non c’è molta differenza tra una Drive All Night da brividi e del powder da paura, dopotutto.
Thank God summer is over.


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