day #2, greetings from Le Montgenèvre

Ho sempre avuto emozioni contrastanti nel parlare di Francia e francesi. Voglio dire, un popolo che si porta le baguette sotto alle ascelle si commenta da solo. Hanno la puzza sotto il naso, non mi piace come parlano, quando in montagna c’andavamo in camper il sabato sera per essere già là l’indomani, capitava spesso di mangiare un boccone in pizzeria la sera: beh, pessimo formaggio, origano ovunque, aggiunta dell’uovo su qualsiasi pizza al costo di un euro. Male. Però i francesi sono efficienti, da loro i fondi per la neve artificiale arrivano prima che da noi, gli impianti delle stazioni sciistiche, laggiù, sembrano provenire da un altro pianeta se comparati ad alcune seggiovie bi-posto in ferro che si vedono dalle nostre parti. Un’ora e mezza d’auto da casa mia al Mongi, partenza alle sette e mezza con tappa all’Agip prima e al solito bar di Pragelato poi. Questa volta ci va di lusso se penso che per andare in Val Thorens son dovuto uscire di casa alle cinque e mezza del mattino. Ma il Mongi è il primo paese dopo Claviere, è tutta statale fin là, neanche un chilometro di autostrada, percorriamo le valli olimpiche che conosciamo a memoria e chiacchieriamo di cazzate; in questi posti, a volte, mi sento più a casa di quanto non mi ci senta a casa mia.

“Cazzo, se ci fosse stato Fede si sarebbe incazzato come una iena, non ci parlerebbe più”. Fede è uno che vuole fare le cose per bene e arrivare sulle piste ad un orario decente, è un tipo mattutino e non gli va di pagare uno skipass per utilizzarlo due ore in meno di quanto potrebbe, solo perché ci si ferma al bar mentre si va agli impianti o perché alle tre e mezza di pomeriggio si è stanchi. Sono le nove e mezza e penso d’essere in ritardo, anzi, sono in ritardo, perché vorrei già essere sulla neve. Io sono un tipo abitudinario, ma gli impianti davanti al parcheggio nel quale siamo soliti lasciare le auto sono chiusi, quindi parcheggio da un’altra parte, e così facendo cambio le mie abitudini. Per oggi.  Mi sto mettendo gli scarponi in fretta e furia, le piste sono lì davanti a me e vedo la seggiovia che gira, dico ad Alby, che è già pronto, di andare a prendere gli skipass, e contemporaneamente telefono a Peter con il cellulare in vivavoce. Dove siete? Peter, sono appena arrivato! Mi risponde che sono a Sauce, tra mezzora siamo lì. La nostra prima surfata assieme della stagione inizierà tardi, molto tardi, troppo tardi per Fede che per fortuna non è dei nostri. Per la precisione, la nostra surfata inizia quando io mi sono già fatto un paio di discese per ingannare l’attesa, mezzora per scoprire che la pista dei fortini è chiusa. Poco male: su quella pista non ci vado volentieri da almeno sei anni; è piatta, è noiosa, molto meglio quella del colletto verde, che è aperta e oggi ha una neve splendida. Cinque mesi fa ero al lago dei sette colori, che dista poche centinaia di metri in linea d’aria e dal quale si vede il punto in cui mi trovo adesso; indossavo canotta e pantaloncini e avevo i piedi a mollo nell’acqua, mangiavo un panino. Oggi è tutto bianco.

Da lassù si vede il mondo, la Francia da una Parte, Sestriere e l’Italia dall’altra, chiediamo ad una tizia che è arrivata fin lassù con sci e pelli di foca ai piedi di farci una foto di gruppo. È novembre, non c’è ancora la neve dell’alta stagione, parte degli impianti di risalita sono chiusi e la domenica non c’è il pienone. All’una e mezza alcuni di noi vanno a mangiare al bar sulle piste, io mangio un panino con la frittata sulla seggiovia e non mi voglio fermare, gli dico che passo da loro alle due – arriverò percorrendo la stradina che porta fin lì con la tavola ai piedi, bevendo contemporaneamente succo di frutta della Coop. Gli dico di sbrigarci che ci rimangono due ore e mezza di neve.
Alle quattro la neve si disfa, diventa molle, si formano un sacco di montagnole. È il momento più divertente della giornata, salti e ollie tutto quello che vedi, vai in press da una parte e dall’altra, tenti colpi che non ti vengono mai e non vedo perché ti dovrebbero venire adesso che sei stanco morto, ma fa lo stesso. Siamo rimasti in due, gli altri hanno le gambe a pezzi e ci aspettano alle auto.

Un’ora più tardi sono al volante, di ritorno, passando da Sestriere il panorama è questo.

Ho visto di peggio.

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