Eravamo in due

Le stavo raccontando che i Bud Spencer Blues Explosion dal vivo sono una forza della natura, la chitarra è un continuo virtuosismo totalmente insensato, una cosa del genere dovrebbe essere illegale per quant’è potente. Epperò insomma, dopo un’ora e mezza di virtuosismi e di canzoni stravolte che somigliano solo lontanamente a quelle che chi ha il ciddì conosce, beh, sì, ammetto che un po’ potrebbero risultare pesantucci. A MENO CHE. A meno che ai due, per l’encore, non s’aggiunga una bassista, in questo caso Roberta, la Roberta dei Verdena. Dicevo a questa mia amica, che dei Verdena è fan -ma fan per davvero, che il gruppo spalla quella sera era anch’esso potente, si chiamavano Sakee Sed e venivano da Bergamo. Insomma, loro di Bergamo, Roberta di Bergamo, saranno sicuramente amici, ci scommetto che lei li ha accompagnati e già che c’era è salita sul palco con il gruppo principale, non prima però di assistere al live dei suoi amici bergamaschi tra il pubblico. Il fatto che tra il pubblico ci fossi anch’io non è di secondaria importanza, visto che abbiamo assistito a buona parte del live l’uno di fianco all’altra, e alla mia amica dicevo proprio questo, ma il discorso era chiaramente incentrato sul fatto che io Roberta la trovo sempre e comunque un gran pezzo di ragazza. Guarda, non so che dirti, non ti sto dicendo che è figa quanto Kate Upton, ti sto solo dicendo che la trovo molto fattibile, saranno i tatuaggi. Mi risponde Ma se sembra Maria De Filippi! Le rispondo Vabbè adesso non esagerare, ha il suo perché, è una di quelle ragazze che fanno tipo, capisci no? E cosa le hai detto? Non le ho detto niente. Ma come niente? No, niente, come l’altra volta. – l’altra volta era quella in cui io me ne stavo stravaccato su un prato mentre sul palco suonavano gli Afterhours; lei aveva appena finito il suo live e mi era passata davanti mentre si dirigeva dal tizio dei panini a pochi metri da me, poi s’era mangiata il panino insieme ai due fratelli Ferrari, e poi ciao, non le avevo detto niente neanche quella volta. Devo avere dei problemi a interagire con i componenti delle band indie italiane. Con le altre persone no, ma con loro sì, lo ammetto.

Beh, comunque, finiamo il discorso con un nulla di fatto, lei ferma sulla sua posizione e io sulla mia, e entriamo nel locale bevendo birra. Siamo qui per vedere Il Teatro degli Orrori.

Il teatro degli orrori


Mentre ci facciamo spazio tra la ressa, Capovilla sale sul palco con la band. I primi pezzi sono anche quelli dell’ultimo album, e cogliendo l’attimo giusto arriviamo alla transenna nel giro di trenta secondi; il locale straripa, fino a due minuti fa eravamo fuori, ma nonostante ciò il concerto ce lo guardiamo da davanti alla faccia butterata di Pierpaolo che impreca e maledice il microfono sputando bestemmie e parolacce. Mentre lo guardo, penso più volte tre cose: 1) non mi ricordo granché di quando l’ho visto con i One Dimensional Man, se non fosse per i video e le foto in rete, probabilmente non mi ricorderei neanche il suo volto 2) senza chitarra è meglio, e il Teatro è meglio dei One Dimensional Man 3) lui si definisce un alcolizzato, non un ubriacone. Ha ragione e si vede.
Il fatto che io sia uno di quelli, tra i presenti, che conosce i One Dimensional Man, è un fatto al quale non posso non dare importanza. È una questione anagrafica, innanzitutto, ma è anche un fatto di sfiga: quando ascolti determinate band, vuol dire che te la cerchi, la sfiga. Finirai sempre per uscirne da sfigato, perché prima o poi ti dovrai arrendere ad una delle due conseguenze: la prima è che il gruppo che ascolti da anni sparisca o finisca nell’anonimato dal quale è venuto, la seconda è che faccia il botto. Esempio: i Black Keys hanno fatto il botto, stasera andrò a vederli suonare, e mi ritroverò in mezzo a persone che conoscono a malapena i singoli, figurarsi gli album interi, gli EP live e i b-sides. I One Dimensional Man, mi hanno sempre dato l’impressione di essere una band composta da gente che fa musica perché ha voglia di suonare, e loro non l’hanno fatto, il botto. Come loro, Gionata Mirai, che del Teatro è il chitarrista, che un tempo la chitarra la suonava nei Super Elastic Bubble Plastic e che in quella band ci cantava anche. Li avevo visti aprire un live dei Linea 77, avevano un discreto seguito, Massimo Coppola li mandava continuamente in rotazione su Brand:New, a mezzanotte, su Mtv. Era appena uscita Juicebox degli Strokes, erano altri tempi, sarà per quello che in TV c’era ancora Massimo Coppola. Che storia, Massimo Coppola. Sarebbe stato bello invecchiare insieme, Massimo, ma la vita ci spinge verso direzioni diverse. E io non sono mai stato un tipo da Mtv. E probabilmente neanche tu lo eri.

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