dei Black Keys a Torino, del mio ritardo nello scriverne e di un sacco di parka in ogni dove.

Questo post arriva tardi, come la busta della UPS contenente i tuoi biglietti di Springsteen.

Un post, tra le altre cose, che parla del come ci si senta tremendamente out se al concerto non si va vestiti nel modo giusto, e questa storia del parka ha francamente rotto i baglioni, diciamocelo. Il parka è una bella giacca, quel colore lì, quello classico, mi piace, lo penso da quando vidi per la prima volta Liam Gallagher su un palco braccia dietro la schiena ginocchia piegate e lui che cantava guardando dal basso verso l’alto il microfono. Quando davanti all’isozaki sto facendo la coda e mancano un paio d’ore ai Black Keys, io e la mia ragazza siamo gli unici a non indossare un parka color verdone con simil-pelle di pecora all’interno.
Mauri me l’aveva detto che sarebbe stato pieno di gente che li conosce da sei mesi, me l’aveva detto che non sarebbe stato bello quanto l’anno scorso all’Alcatraz, è per questo che loro i biglietti li hanno venduti, nonostante i Black Keys li ascoltino da anni. Ora la serata è un susseguirsi di fighetti da Astoria, quel locale di Torino zona San Salvario: dopo i parka in coda, tocca alle camice a quadrettoni da boscaiolo sul parterre, poi le barbe incolte, i tatuaggi old school, i baffi hipster, cazzo, porca troia, se non fosse stato vietato scommetto che ci sarebbe stato qualche hipster con la propria fixed proprio lì, davanti al palco.

Siete tutti dei poser, e la logica conseguenza del vostro essere poser è il fatto che durante Lonely Boy e Gold On The Ceiling ci sia il finimondo e i nostri amici in tribuna si preoccupino per la nostra incolumità, mentre sui pezzacci vecchi, oldy but goldy dieci volte più belli dei recenti singoli che passano in radio, nessuno si muova. ‘Sti sfigati, non riconoscono i pezzi e ingannano il tempo postando foto su Instagram, poi inizia Nova Baby e tutti a cantare di nuovo un pezzo dell’ultimo album. Io m’imbarazzo un po’ quando succedono queste cose, mi spiace per chi sta sul palco. Vorrei che si fermasse tutto e vorrei poter andare dall’artista e dirgli Guarda, porta pazienza, al mondo c’è gente che non capisce niente di musica, gente che va ai live perché ascolta i singoli in radio, e qui stasera è pieno zeppo di gente così, ma da qualche parte c’è anche chi è venuto per ascoltare il rock’n’roll, io sono uno di quelli. Davvero. Pacche sulla spalla, abbraccio, concerto che riprende.

Black KeysBlack Keys

Voto al concerto, direi sette. Dan, che è un gran chitarrista tanto quanto Patrick è un mostro alla batteria, è salito sul palco e ha detto I’d ask how you feeling but I think I already know, poi è partita Howlin’ For You e per un’ora e mezza hanno suonato musichette rock’n’roll che onestamente a me piacciono molto. Mi piacciono le sonorità sporche dei primi album, la voce rauca e il suono delle Gibson, e le parti di live in cui i due suonano da soli, senza l’accompagnamento dei turnisti alle loro spalle, sono di gran lunga le migliori. Le lamentele sull’ora e mezza di musica scatenate in ogni dove da Lorenza direi che sono giustificate se si prende come metro di paragone un concerto di un artista statunitense a caso, chessò, ad esempio un concerto di Springsteen. Un’ora e mezza, quando si parla di comuni mortali, ahimé è la prassi; lo fanno i Coldplay come lo fanno i Muse come lo fanno quei cazzo di Black Eyed Peace che è già tanto se scrivo il loro nome con le lettere maiuscole. You know what? Almeno i Black Keys, tra alti e bassi, fanno rock’n’roll da sette album di cui quella sera metà degli ottomila presenti avrà conosciuto sì e no metà degli ultimi due. C’è una cover band dei Led Zeppelin che pare sia diventata famosa, fa un tour europeo con tre date italiane e fa pagare i biglietti diciassette euri, e questo, oltre ad essere la riprova del fatto che la gente sta effettivamente male e che le cose nella musica stiano andando sempre più a sud, mi fa anche pensare che sborsare trentadue euri per un live dei Black Keys, che si svolge a venti minuti d’auto da casa mia, abbia effettivamente più di un senso.

Questo film della band che svolta con il successone radiofonico l’ho già visto io, l’avete già visto anche voi: è solo un brutto momento, passerà. Voglio dire, it’s just a moment, this time will pass. Il rock’n’roll del futuro sarà fatto di schitarrate di Dan Auerbach, Tom Morello e Jack White, un rock’n’roll in cui il parka se lo mettono quelli che non seguono la moda, in cui i pantaloni stretti son da froci e non da fighi, le converse da pezzenti e i computer da perdenti. Amen.

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