due righe su Springsteen & I (in ‘tre parole secondo me’ non ce la facevo)

Insomma, sono tornato dieci minuti fa dal cinema, e se non avete mai letto il mio blog, beh, metto le mani avanti: sono un fan di Springsteen. Ero al cinema per Springsteen & I, documentario che parla di chi sta sotto al palco, per una volta, e non di chi sta sopra. Mentre lo guardavo avevo mille idee su come concludere il post iniziato qualche giorno fa riguardante le date italiane del tour, solo che poi, insomma, arrivato a casa non riesco a scrivere una parola ed è tutto un misto tra il non saper da dove partire e il non sapere cosa scrivere.

Bruce in tre parole: dai, no, non ce la faccio. Quelli che si sono filmati, che hanno mandato la registrazione a chi di dovere, che sono finiti nel documentario, beh, bravi loro che ci sono riusciti. Io Bruce in tre parole secondo me non lo so riassumere, non mi basterebbe un libro per spiegare cosa si prova ad averlo a pochi metri di distanza che suona Growin Up acustica a sorpresa due ore prima del concerto, le immagini di Clarence sul maxischermo a San Siro l’anno scorso o la mia ragazza che mi piange affianco commossa durante un suo live.

La prima volta che ho sentito il nome Bruce Springsteen facevo le elementari, o giù di lì. Ero nell’ufficio di mia madre, giocavo con un pc che doveva avere un allora all’avanguardia windows 95, e Gabriella, una delle sue colleghe, le dice:

 Ieri c’era Flavio (il figlio, n.d.r.) che ascoltava la sua musica, sono andata lì e gli ho chiesto Ma chi è questo, la versione americana di Pappalardo? E lui mi ha guardata male e mi ha risposto Mamma, è Bruce Springsteen.

Bruce

Anni dopo sono andato ad un suo concerto (il mio primo Suo concerto) assieme a mio padre, che per lavoro girava di qua e di là con la Panda dell’azienda per aggiustare caldaie; non conoscevo ancora Factory e lui non lavorava (più) in fabbrica, ma sapevo che si alzava prima di me la mattina e che la sera tornava a casa quando io mi ero già fatto la doccia e la tavola era già apparecchiata per la cena. Quella sera avevamo i posti peggiori che si potessero avere, ma dopo una manciata di canzoni la security non controllava già più i biglietti, e ad arrivare a ridosso del pit c’abbiamo messo sì e no dieci minuti.
Quindi la storia del tizio inglese che dopo anni di sacrifici, sveglie all’alba e turni in fabbrica si regala quella che chiama una vacanza Springsteeniana, un po’ mi suonava famigliare. Questo compra i biglietti dell’aereo, prenota l’hotel e va al Madison Square Garden a vedere il suo idolo, ma quando entra nel palazzetto scopre di avere i posti peggiori, a millemila chilometri di distanza da Lui. E insomma, s’accontenta, è dentro, l’importante e quello; poi però, ora non è che ve la sto a menare, ma la morale della favola è che uno della security vicino a Bruce gli regala un braccialetto con cui può andare a vedere il concerto laggiù sotto al palco, e in sottofondo ci sono le parole che dicono che through the mansions of fear, through the mansions of pain, I see my daddy walking through them factory gates in the rain; factory takes his hearing, factory gives him life. It’s the working, the working, just the working life.

Quello qui sopra è il Bruce che ti sa dare una risposta e ti capisce anche se non ti conosce, basta che cerchi bene in mezzo a qualche suo testo e gira e rigira qualcosa di utile lo trovi. Poi c’è quello che se la ragazza ti molla il giorno prima di un suo concerto e tu oltre che ad essere distrutto non sai neanche a chi dare il suo biglietto, forse ciò che ti serve non è una persona con cui andare al concerto, ma un cartello sul quale scrivere che la tua ragazza ti ha mollato.

Ti fa salire sul palco, ti abbraccia e ti racconta che è successo anche a lui, che quelle stronze non sanno cosa si sono perse (o forse sì, ora), ti canta I’m Going Down perché anche lui s’è sentito come te. Qui la mia ragazza era inspiegabilmente in lacrime affianco a me, e quello nel video qui sopra è il Bruce che se fosse tuo fratello diresti “embè? È la cosa più normale del mondo, mi conosce come nessun altro e sa esattamente quello che ci vuole in questi casi”.

E poi c’è quello che se ti vesti da Elvis e vai ad un suo concerto, in ordine: 1 – ti fa salire sul palco, 2 – ti cede il microfono 3 – ti fa diventare il front-man della sua band. Basta che gli canti una canzone del suo idolo. Cazzo, Elvis, altro che Springsteen. E questo era il Bruce cazzone, quello che se lo incontrassi ogni venerdì sera al pub a bere Guinnes diresti “embè? Quello è sempre lì, beve, ogni tanto facciamo dei discorsoni, è un tipo a posto!”

Questi tre, imho, i racconti migliori di Springsteen & I visto stasera. É un bel documentario, e quando Bruce prende per mano la band e quasi si mette a piangere su Blood Brothers, Madison Square Garden, Reunion Tour, cazzo, provaci te a spiegare in tre parole, in quel momento, cos’è per te Springsteen.

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