Dancing to electro-pop like a robot from 1984

Mercoledì sono andato al concerto degli Arctic Monkeys ed è stata una roba tipo #boom!

Arctic Monkeys live @ Assago

Questa è la parte del post in cui parlo del mio rapporto con la musica di Alex Turner e soci:
quando uscì Whatever people say I am, that’s what I’m not non li calcolavo proprio, zero totale, ma adesso quel disco lo inserisco nella top-5 dei miei album preferiti ogni epoca, categoria “album incisi da rockstar umane (quindi non divinità)”. Più tardi iniziai a farmeli piacere per davvero, qualche canzone qua e là, poi la svolta due anni e mezzo fa all’I-Day festival di Bologna. Quel pomeriggio, prima di loro suonavano gruppi inutili di indiefroshi tutti uguali tipo White Lies e Wombats, poi i Kasabian (motivo principale della gita a Bologna), e poi loro, che avevano appena inciso Suck it and see, album che (in quel periodo) mi piaceva il giusto. Bel concerto, all’aperto, incasinato, conoscevo tutte le canzoni ma a fregarmi erano i testi. Una volta a casa è stato un loop di due anni e mezzo: gli Arctic sono diventati una costante, come gli Strokes o come i Green Day ai tempi delle medie, un gradino più in basso di altre band (un’intera scalinata sotto Bruce), però sempre di loop si tratta.
La scorsa estate non li ho visti a Ferrara perché la sera prima Springsteen predicava a Roma, poi è uscita la data milanese dell’altra sera, ho preso i biglietti tipo tre giorni dopo la loro messa in vendita, e per sei mesi mi son sentito dire “ma bastardo, sei riuscito a trovare quelli per il parterre”, “ma che stronzo, io ho trovato solo quelli per la tribuna”. AH!

Classifica dei loro album dal più bello al meno bello IMHO:
Whatever people say I am, that’s what I’m not (esplode la terra)
Favourite worst nightmare
Suck it and see
AM
Humbug

Questa è la parte del post in cui parlo del concerto dell’altra sera:
siamo partiti in due, io e Martina, ed erano le quattro del pomeriggio. Abbiamo fatto benzina, abbiamo acceso la radio, abbiamo ascoltato Tropical Pizza su Deejay, abbiamo twittato a Nikki dalla A4 Torino-Milano, ci ha salutati in diretta dicendo che ci sarebbe stato anche lui e lanciando ganci in zona mixer per chi avesse voluto salutarlo a fine concerto, abbiamo ascoltato la sua intervista ad Alex e Matt, siamo arrivati al forum, siamo entrati e abbiamo scoperto gli Strypes, una delle band di supporto più fighe che abbia mai visto. Poi gli Arctic con la seguente scaletta: Do I wanna know, Brianstorm, Dancing shoes, Don’t sit down ‘cause I’ve moved your chair, Teddy picker, Crying Lightning, Fireside, Reckless serenade, Old yellow bricks, Why’d you only call me when you’re high?,  Arabella, I want it all, Pretty visitors, I bet you look good on the dancefloor, Cornerstore, One for the road, Fluorescent adolescent, I wanna be yours. ENCORE: Snap out of it, Mardy bum, R U mine?

Non voglio fare il ragazzino sedicenne al primo concerto della vita né l’aspirante groupie che nei bagni diceva di voler conoscere Alex Turner, e che per farlo gli aveva scritto una lettera da lanciargli sul palco il cui contenuto era più o meno “ti devo conoscere, se non ce la faccio mi suicido” (spero che nel frattempo si sia suicidata), no; vorrei però parlare, da una parte, del concerto in quanto show davvero bello, loro molto bravi, si muovono bene e tutte le altre cose tecniche del caso, occhei, e poi, dall’altra, dell’emozione nel sentire live -da fan che questa volta ha consumato i loro dischi- quelle cinque o sei canzoni che più di tante altre non mi lasciano indifferente, e che ho ascoltato su album e bootleg in tutto questo tempo trascorso tra la prima volta che li ho visti dal vivo e l’altroieri.

Do I wanna know: sapevo che l’avrebbero suonata in apertura, sapevo che sarebbe stata preceduta da quell’intro, che quando inizia prendono fuoco la A e la M alle spalle della band, che poi avrebbero attaccato Brianstorm senza prendere fiato, ed è l’averla ascoltata in bootleg centinaia di volte che l’ha resa così figa per me, è stato tipo “cazzo adesso fanno quella cosa figa là, poi quell’altra, mado’ quasi come nel disco di Glastonbury”. Teddy picker e Fluorescent adolescent sono due pezzi dei vecchi Arctic che ogni fan vorrebbe ascoltare ad un loro concerto, e se facessero un concerto di soli pezzi dai primi due album io penso che impazzirei e ciao è stato bello addio nulla ha più senso boom. I bet you look good è la hit che forse preferirebbero non suonare, ma è troppo famosa per non farla, e in più manda fuori di testa il pubblico; Alex grida LAAAADIIEEEESS, Matt la attacca con la batteria e il palazzetto esplode. Reckless serenade invece non me l’aspettavo davvero, è il classico pezzo da “eh vabbè, sì sarebbe figo se la suonassero, ma figurati se la fanno”, quella che quando parte il basso nell’autoradio e sto guidando mi prendo bene e la canto tutta. E l’hanno fatta. E poi hanno chiuso con R U mine?, non penso ci sia altro da aggiungere.

Quel periodo in cui mi esaltavo per la rockstar sul palco che stava lì in piedi a pochi metri da me e io non ci potevo credere, beh, direi che forse è passato, perché a meno che non si parli di Springsteen, io quella cosa lì del “oh mio dio è proprio Alex Turner in carne e ossa” non la sento più; ha preso il sopravvento la parte di me che dice “e grazie al cazzo che è lui, hai comprato il biglietto per gli Arctic Monkeys, chi ti aspettavi che ci salisse sul palco?”. Epperò mi è capitato di vedere tanti concerti nella mia vita, che potrei tirarmela e a volte lo faccio ma solo se ho una buona giustificazione per farlo, e sono poche le band per le quali mi prendo così bene ancora prima di andare a vederle, e sono ancora meno quelle che mi lasciano un così bel ricordo dell’ora e mezza di live alla quale ho assistito. Il modo in cui mimava una telefonata durante un pezzo, l’aggiustarsi la giacca da Elvis, il cantare camminando per il palco e senza dover suonare la chitarra a tutti i costi, il pettinarsi i capelli pieni di brillantina: non sono più le scimmiette artiche dei primi album, e chi se ne lamenta come al solito non ha capito niente. Come chi si lamenta dei Muse o degli Strokes, perché quando una band cambia e non ti piace il modo in cui è cambiata, l’ho sempre sostenuto, basterebbe non ascoltarla più, e invece ci si deve lamentare, cazzo. E poi magari ci si lamenta anche quando una band non cambia, tipo “ho ascoltato il nuovo dei Franz Ferdinand ma non mi piace, son sempre uguali, fanno sempre la stessa musica”. Ecco, no, gli Arctic sono cambiati, spaccano quanto spaccavano dieci anni fa, ma spaccano in modo diverso. C’è solo da mettersi le dancing shoes e andare a vederli al primo concerto utile, stop.

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