Everest IMHO, più o meno è così:

locandinaEverest è un’americanata che però poteva esserlo molto di più, ed è anche un filmone che però poteva insegnarti qualcosa e invece punta a farti prendere male per più di due ore e mezza, senza scomodare troppo le persone che chiama in causa, e checché se ne dica, ci riesce alla grande e non tutti i film ce la fanno.

Come quando vidi Into The Wild, pellicolona con la quale, comunque, non mi sentirei di azzardare un paragone, si potrebbe giudicare il film sulla base delle emozioni che riesce a farti provare: se così fosse, Everest si beccherebbe un voto alto, sono rimasto incollato alla poltrona più di quanto mi sarei aspettato.

Però c’è un però: a Everest manca qualcosa; occhei, mi dite che è una storia vera ed è tratta da un libro che parla di una spedizione sulla cima più alta della terra, l’anno è il 1996, e a molti di loro, tra l’altro, è andata male. Va da sé che la casa di produzione non se la sentisse di caratterizzare in maniera DAVVERO convincente personaggi che hanno perso la vita dopo aver raggiunto il loro obiettivo inseguito per anni, dopotutto a casa ci sono le famiglie e non sai mai come potrebbero prenderla, metti caso che intentano una causa per calunnia alla Universal, meglio di no, no? Epperò così facendo il risultato è quello che è: personaggi poco caratterizzati che vanno dall’alpinista rockstar a quello che è meno spericolato ma più profondo d’animo, da chi nella vita di tutti i giorni fa il postino e vuole arrivare in cima per lasciarvi la bandiera fatta dai bambini della scuola in cui ha lavorato, al texano che non ha detto alla moglie che è partito per il Nepal, ma alla cima, stavolta, ci vuole proprio arrivare.
Per tutta la durata del film ho pensato che questa e quella scena avrebbero potuto girarle o enfatizzarle meglio, che questo e quel particolare avrebbero potuto accentuarli un po’ di più, e non è solo una questione di personaggi; un esempio su tutti è il momento in cui arrivano in cima, così breve e poco carico di emozioni, quasi deludente, ché ammé m’ha emozionato perché ho pensato a come mi sentirei io, a toccare quella punta con le mie mani prima di fare un selfie e metterlo su instagram hashtag #puntadelleverest, però mi avrebbe potuto emozionare ben di più se solo fosse stato fatto come si deve. COME SI DEVE! Non come è stato fatto, di sicuro. Un film che parla dell’Everest, di scalatori e crepacci  a ottomila metri d’altezza che non ti fa provare un singolo brivido di freddo neanche un secondo sulle oltre due ore e mezza di pellicola, ha qualcosa che non va.

La questione sulla quale si doveva (e suppongo che, nel contempo, non si potesse) puntare, è quella del “ma perché ‘sta gente se la va a cercare?”. Un po’ come per Christopher McCandless in Into The Wild, pellicola che o la ami o la odi, qui i protagonisti non sono degli eroi, ma sono delle persone che tentano l’impresa di loro spontanea volontà, pagando per giunta sessantacinquemila dollari, che a casa mia non sono due lire oggi e sicuramente non lo erano neanche diciannove anni fa. Due ragionamenti a caso che non fanno ‘na piega sul Supertramp: “Sì ma se non fossi stato ricco di famiglia voglio vedere se ti sarebbe venuta voglia di bruciare i soldi e andare a vivere in un bus nell’Alaska” e “sì ma se non ci fossero stati mamma e papà a pararti il culo voglio vedere se saresti cresciuto così e non ti saresti trovato un lavoro come tutti gli altri”. Occhei, sì, ci stanno, ma un po’ banalotti, superficiali e qualunquisti. E allo stesso modo funziona per Everest: che bisogno hai di andare su una montagna di quasi novemila metri, dove il tuo corpo proprio non ce la fa, quando con quei soldi puoi fare tantissime altre cose, ben più divertenti, salutari e sicure? Ecco, io sono arrivato solo ai quattromila e per ora non progetto di spingermi oltre, se non con una comoda funivia a pagamento, quindi non penso di essere la persona giusta per rispondere a questa domanda.

Però, c’è un però. Arrivare sulla cima di una montagna, quando si è a duemila, duemila e cinque, tremila metri, dopo quattro, cinque o sei ore di sudata, e poi vedere il mondo da lassù e non sentire il rumore di niente se non del vento che sposta le nuvole sotto di te oltre le quali non vedi nulla, beh, è davvero bello, e dev’esserlo anche dalla punta di un Ottomila, magari amplificato e moltiplicato a livelli a me (e a te che stai leggendo) inimmaginabili.

Insomma, sarebbe stato più sensato girare un film che cercasse di spiegare cosa spinga l’uomo ad andare oltre se stesso, a rischiare la propria vita per raggiungere luoghi che non gli competono, e invece sono qui a leggere e scrivere di un film che poteva essere un’americanata e non lo è neanche troppo, ma poteva anche essere un capolavoro, e non lo è per niente.

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